Storia - Torrio Circolo

Benvenuti a Torrio Val d'Aveto
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Il paese
A partire dalla prima metà del VII secolo d.C., grazie ai monaci benedettini di San Colombano ebbe inizio il processo di evangelizzazione delle valli appenniniche e, a seguire, delle riviere.
Fu cosi che Turio divenne una delle principali stazioni viarie sulla via Maritima che da Bobbio portava all’Alpe Adra, i possedimenti dei monaci in riviera, e proprio a Turio i seguaci dell’abate irlandese fondarono la loro cella in honore sancti Petri.
In un editto datato 5 agosto 747 indirizzato all'abate Anastasio, il re longobardo Rachis puntualizzava i confini della curtis bobbiese precedentemente definiti dal re Liutprando: questi comprendevano tutta la sponda destra del bacino dell’Aveto, a partire dal Rio Raffinati (Ruffinati) per arrivare alla Capanna Gataria (Cabanne) sino a comprendere il bacino delle Agoraie (Lacoraria). Il manoscritto cita testualmente “Inter fine Turio et alpe nostra Carebalo”.
Tra il VII e VIII secolo i monaci di Bobbio cominciarono a costruire in val d’Aveto tutta una serie di infrastrutture atte alla presenza dell’uomo e all’allevamento: nacquero così i villaggi di Boschi, Cattaragna e Castagnola e, in un secondo tempo, quelli di Vicosoprano, Vicomezzano, Brignole e Amborzasco, sorti inizialmente come stalle per la transumanza estiva del bestiame.
Nell’833, sotto l’abbaziato di Wala, cugino di Carlo Magno, Turio diventa cella monastica con la presenza di un piccolo nucleo di monaci all’interno del villaggio mentre la fondazione e l’accrescere d’importanza di Alpe Plana porteranno il paese nell’ambito di questa curtis fiscale.
Nel frattempo, con la fine della dominazione dei Longobardi e l’avvento dei Franchi, il territorio avetano ricadde sotto il comitato di Piacenza e Turio mantenne il suo ruolo di cellae monastica.
Un inventario dell’abbazia di San Colombano, datato 862, annota che la corte di Turio era gestita da quattro massari ed un livellario che garantivano annualmente al monastero entrate nella misura di 4 denari, 2 polli, 2 moggie di castagne, 20 carri di fieno e 2 anfore di vino e uova.
“In Turio cella in honore Sancti Petri, potest seminar per annum media XXI, fenum carra XX. Sunt ibi massarij III, reddunt denarios IIII, pullos IIII et ova, opera per hebdomadam dies III. Est ibi libellarius unus, reddit castanei media II, vinum anforas II”.
Nel secolo successivo la cella di Turio viene citata in diversi diplomi di re d’Italia, tra questi quello di Berengario I (2 marzo 888), quelli degli imperatori Guido (1 aprile 893) e Lamberto (25 luglio 896) sino aad arrivare a quello della regina Bertilla (11 settembre 903).
Nel Breviarium de terra Sancti Colombani  del 975 sono elencate le corti ed i terreni di proprietà dell’abbazia bobbiese: tra le altre sono citate le cellae de Insula, forse riferibile a Isolarotonda e di Sancti Petri di Torrio.  
La stessa proprietà veniva confermata, al termine di una lunga disputa con il marchese Oberto I,  in un manoscritto della fine del primo millennio datato 998.
In questo inventario, indirizzato all’abate Gerberto, in seguito Papa Silvestro II, venivano elencati i vari possedimenti dell’abbazia di San Colombano: tra le varie località comparivano tra gli altri Turrio, Caterrungna, Scaone, Nocetole e Metelia, nell'ordine Torrio, Cattaragna, Ascona, Noceto e Metteglia.
Agli inizi del nuovo millennio, a causa della fragilità dei terreni su cui era sorto il villaggio,  cominciarono a manifestarsi i primi seri problemi di stabilità del paese: fu cosi che nel 1014 gli abitanti di Torrio decisero di trasferire il villaggio su un terrazzamento nei pressi della Ciapa Liscia, abbandonando l’originaria posizione sotto il monte di Mezzo verso Ascona.
Nell’ Extimum Cleri Bobiensis, documento del 1369, la chiesa di San Pietro di Torrio, con gli annessi di Ascona e Santo Stefano, viene citata nelle dipendenze della pieve di Calice, località poco distante da Bedonia.
In un inventario del 1382 il vescovo Roberto Lanfranchi elenca i beni che riceveva come fitto annuale da Giovanni Rezzoagli, presbitero e rettore della chiesa di San Pietro di Torrio e dell’ospedale di Santa Maria di Petra Serorio.
de libris XIIIII grossis olei, de libra una spetiarum de penso casei boni, et de Xlta incisori fulcitis”.
Da cio si ricava che la chiesa di Torrio riconosceva al Vescovo Lanfranchi quattordici libbre di olio di noci e nocciole, una libbra di spezie, con buone probabilità proveniente dalla riviera, formaggio locale e quaranta coltelli proovenienti dalle vicine miniere di Ferriere.
Nel XIV secolo si parla dell’esistenza di un ospedale ricovero nei dintorni del paese, molto probabilemnte quello di Santa Maria di Petra Serorio che si dice fosse nella zona del passo del Tomarlo: in un estimo diocesano veniva citato “Ecclesia S. Petri de Turio cum hospitale”.
Nel 1423 Torrio ed Ascona entrano a far parte delle proprietà della famiglia Malaspina come tutti i territori da Tortona a Massa e dal XV secolo sino al 1823 la loro storia sarà parallela.
Agli inizi del XVI secolo gli abitanti di Torrio si trovarono di fronte a nuovi episodi franosi che mettevano a repentaglio la loro sicurezza
e quella dell’abitato tanto da indurli, all’inizio del Settecento, ad iniziare un nuovo trasferimento in zone più sicure.
Assieme a quelle di Alpepiana e Pievetta, la chiesa di Torrio sino al XVI secolo era una delle tre chiese battesimali operative in val d’Aveto.
Nel frattempo, gli abitanti di Ascona, sino ad allora parrocchiani della chiesa di Torrio, cominciarono a fare pressioni per avere una chiesa propria o perlomeno una più vicina al loro paese.
Il vescovo di Bobbio, Ambrogio Croce, incaricò l’arciprete di Santo Stefano di risolvere la questione. Venne così nominata una commissione affidata al Magisturum Caroulum de Saledis proveniente dal lago Maggiore che sentenziò quanto segue:
Come questa mattina mi sono portato alla villa di Turio come uno dei periti confidenti eletto, nelle differenze pendenti fra quelli della villa di Turio e d'Ascona, a causa di riconoscere il stato della chiesa della detta villa di Turio et altro secondo l'ordine di monsignore Ill.mo et rev.mo di Bobbio lettomi dal signor arciprete di Santo Stefano per il che con la compagnia di mastro Pietro Paliugo ho riconosciuto la suddetta chiesa e visitato il sito della detta villa di Turio che resta dentro a dei due torrenti chiamati uno Remorano et altro Della Valle e secondo il mio giudizio dico et attesto con giuramento non esservi sito idoneo di riedificare detta chiesa”.
A giudizio quindi del mastro Carlo non era possibile costruire una nuova chiesa nei luoghi prescelti, ma nonostante ciò venne eretta una prima chiesa, tra il 1722 ed il 1723, in località “La noce sull’acqua”, ma l’instabilità del terreno fece si che questa cadesse dopo solo pochi anni. Contemporaneamente gli abitanti di Ascona avevano terminato la costruzione della loro chiesa e si erano staccati definitivamente dalla parrocchia torriese.
Il 19 aprile 1730 l’arciprete di Drusco, dopo una visita presso la chiesa, lanciava il nuovo allarme:
Suspendatur altare B.M.W. Et transferatur eius effigies cum lapide sacro et omnibus aliis spectantibus ad dictum altare ad locum tutum, quia minatur maximam ruinam, propter loci instabilem a libia causatam, sicut et minatur etiam ruinam ecclesia”.
La nuova e definitiva chiesa venne eretta tra il 1734 ed il 1738 alle pendici del monte Crociglia, in località La Casella, dove venne insediato l’odierno villaggio.
E’ stata fabricata nuovamente d'ordine delle felice memoria di monsignor Carlo Cornaccioli in modo stabile, visitato personalmente dal monsignor vicario Ascanio Ballarini e dal medesimo in dicto luogo ordinata; la terra dove è stata fabricata si appella La Casella, qual terre era di Visconte Rezoagli quondam Bartolomeo e suoi fratelli... questa chiesa è stata principiata l'anno 1734 e compiuta quest'anno 1738. Non è stata sin'ora consacrata, ma solamente benedetta dal presente rettore Pietro Paolo Masera”.
Con la fine del dominio Napoleonico, Torrio continuò  a fare parte del ducato di Parma e Piacenza al contrario di Ascona che con il trattato del 1822 era passata al Regno di Sardegna.
Tra il 1891 ed il 1892 un violento incendio bruciò otto abitazioni.
Durante la seconda guerra mondiale gli abitanti del paese diedero riparo e protezione a numerosi partigiani e soldati alleati.
"Ad un individuo di sentimenti buoni, riesce gradito conoscere il passato del paese dove è cresciuto, la terra ove conobbe le prime gioie, i primi dolori, dove i suoi avi vissero e soffersero. Gli appare qualcosa di intimo e sacro superiore ad ogni confronto"
E' questo lo spirito che ci ha spinti alla realizzazione di questo sito e alla raccolta di queste nozioni più o meno storiche.
Vi auguriamo pertanto un "buon percorso" che per alcuni sarà un rievocare vecchi ricordi e per altri sarà la scoperta di informazioni, luoghi e volti riguardanti le sue origini.

LE CHIESE  
Si racconta delle 3 chiese (c'è chi dice 4) costruite nel paese piacentino che - la prima minacciava "...ruina da tutte e parti" (questo dato è raccolto in un documento datato 1603) - per la costruzione della seconda, o terza chiesa, la comunità incaricò un saggio maestro lombardo di scegliere un nuovo sito: questi rispose che tra i due torrenti non esisteva terreno sicuro. Tuttavia essa venne costruita lo stesso sotto il villaggio, in posizione comoda anche per gli abitanti di Ascona. Intorno al 1730 questo nuovo edificio crollò, tanto che oggi non se ne conoscono neppure le tracce.
- tra il 1734 ed il 1738 veniva ultimata l'attuale chiesa parrocchiale di Torrio in località Casetta sul versante stabile, ma assai ripido, alla destra del Rio Grande.
L'attuale parrocchiale è stata costruita su un terreno donato da un uomo chiamato SANELU che aveva 70 anni ed era ancora celibe e per questo motivo i suoi parenti più prossimi cominciavano ad interessarsi alla sua eredità. Fu così che lui si recò ad Ascona, prese una giovane del luogo e la sposò. Insieme misero al mondo 7 figli e le sue terre vennero divise in 7 parti uguali tra i 7 figli e sono nominate ancora oggi Reditine.

Curiosità
Chi osservasse attentamente il nostro campanile si accorgerebbe subito che la campana maggiore non si rivolta al sagrato della Chiesa bensì al Rio delle Fossate. Questo oggi potrebbe insensato, ma, all’epoca della sistemazione, i Torriesi vollero che la loro Geltrude fosse rivolta  al popolo ed il popolo allora era là, numeroso e unito nelle “ville antiche”.

IL CIMITERO
 
Vi siete mai chiesti quanti anni abbia il nostro cimitero? …e che impresa lo edificò?
 
Bene, il cimitero fu costruito nel 1904 dove all’incirca sorgeva il vecchio camposanto. Il progetto originale ne vedeva la realizzazione in un loco poco discosto detto campo Brugnasco a cui si sarebbe giunti tramite un ponticello il cui progetto era già stato finanziato. I paesani invece lo vollero lì, dove sempre lo avevano veduto. La terra necessaria venne trasportata dalle donne col vallo, i muri perimetrali, restaurati ultimamente, vennero costruiti da due uomini della Villa di Sopra, conosciuti in paese come “u Mattu” e “u  Periu”.
 

 
Usanza
 
La mattina dei morti, le paesane, erano solite cambiare la biancheria e rifare i letti, perché, in quel giorno speciale e misterioso, dedicato a chi non c’è più, proprio i cari defunti avrebbero riposato sui loro giacigli.

 
LE DOGANE
Intorno alla metà  del XVI Secolo, la valle dell'Aveto non brillava certo per ricchezza e, in particolar modo nelle zone di confine tra il Marchesato di Santo Stefano e quello di Gambaro, il contrabbando ed il banditismo erano una pratica comune di sostentamento: per combattere questo fenomeno nel XVII secolo a Torrio venne ubicata una caserma doganale dove era di stanza una guarnigione di guardie del Ducato  di Parma, che nel frattempo aveva assorbito il piccolo Marchesato dei Malaspina di Gambaro.
La caserma  di Torrio, nel 1852, in seguito ad una frana, venne apostata sul Crociglia nel 1852 ed all'epoca della sua costruzione doveva rappresentare un modello nel suo genere; infatti, oltre ai suoi accurati finimenti, interni ed esterni, essa disponeva di un tetto di rame per fronteggiare la tormenta che in parecchi mesi dell'anno in quel luogo imperversa.
In realtà è stato accertato che subito dopo la sua costruzione l'edificio trasudava umidità, soprattutto nelle parti che dovevano essere usate dal ricevitore - tanto che l'ufficio di ricevitoria aveva dovuto essere trasferito a Gambaro, in un locale preso in affitto, in attesa dei lavori di risanamento che comprendevano una diversa sistemazione della copertura di rame.
L'annessione dell'Emilia al Regno d'Italia segnò però per quella caserma una fine immatura. Lasciata dal Governo Italiano nel più completo abbandono venne saccheggiata da vandali d'occasione e con l'asportazione del suo tetto prezioso non tardò a tramutarsi in un imponente rudere

L'INVASIONE DEI BRUCHI
Un importante documento datato 21 Ottobre 1758 redatto dal notaio Giuseppe Tassi registrava che in quell'anno tutte le terre di Ascona, Pievetta, Santo Stefano e Torrio erano state invase e devastate dai bruchi e che nessuna semenza aveva potuto crescere e maturare.
I reggenti del Castello di Santo Stefano, per rimediare ai danni, tramite il principe Doria, otennero una bolla papale, datata 16 settembre 1758, a firma di Clemente XII in cui si autorizzava il Vescovo di Bobbio, Mons. Gaspare Lancellotto Birago, con facoltà di delega ad altri, ad impartire la benedizione apostolica ai campi "affinché i bruchi fuggissero dal cospetto della Santissima Croce, che loro venne mostrata".
Il vicario generale della diocesi di Bobbio, Cambiaggio Michele, delegò Annibale Besozzi, patrizio Milanese e teologo della sapienza Romana della Cattedrale di Bobbio, che si recò a Santo Stefano per un triduo di penitenza: all'ora del vespro del terzo giorno "tenne un sermone sul significato della funzione ......poscia con una croce formata di antica e montana quercia, benedisse alle quattro parti del mondo. La detta croce baciata da lui e dal popolo, fu piantata sul Monte di Mezzo mentre le popolazioni dei quattro villaggi fecero voto di mantenerla in perpetuo a ricordo del fatto ed in ringraziamento del favore ottenuto".
I detti popolari dicono che durante la benedizione il Vicario prese due pietre e con queste schiacciò alcuni bruchi. Da allora gli abitanti delle quattro parrocchie si ritrovano ogni anno il giorno dopo Pentecoste per rinnovare il voto espresso nel lontano 1758. Da ogni paese parte una processione che si ritrovava con le altre sulla cima del Monte di Mezzo dove il sacerdote impartisce la benedizione ed i fedeli cantano il "Vexilla".

RACCONTI E LEGGENDE
Si racconta che nella caserma del Crociglia era stato inviato un giovane doganiere che, pur essendo un semplice militare, era di gran lunga più intelligente e più colto dei suoi compagni e dello stesso comandante della caserma. Il suo superiore, invidioso delle qualità del giovane, aveva deciso di danneggiarlo inviando alle superiori autorità  di Piacenza, in rapporto a suo carico farcito di accuse gravissime. Arrivò pertanto al Crociglia una commissione incaricata  di far luce sull'episodio ed il povero doganiere decise di ricorrere ad una dimostrazione plateale. Mentre stavano arrivando i commissari, estraesse di tasca un pipistrello e, spaccatolo a metà, lo inchiodò sopra la porta di ingrasso con un biglietto nel quale proclamava la sua innocenza. La commissione, impressionata da quel gesto, iniziò l'inchiesta e riuscì a far emergere la verità. Il giovane insomma, come quel pipistrello, era una vittima innocente. Così il comandante venne severamente ammonito ed il doganiere ottenne a Piacenza una mansione più adatta alla sua preparazione.
Risulta dalla tradizione che nella caserma della dogana vi trovarono la morte due doganieri colpiti da un fulmine ed un vecchio di Torrio, un certo Rezzoagli Domenico detto "il rosso" sosteneva che suo  nonno, ex soldato di Napoleone I, fu tra coloro che andarono a prelevare i cadaveri.

IL CONVENTO DELLE PIETRE SORELLE
Nel paese vi è una leggenda che narra: che sopra Torrio, sull'antichissima strada del Crociglia (dal Ferretto classificata romana), un tempo esisteva un ospizio retto da suore, poiché le pietre adiacenti sono chiamate Pietre Sorelle e la rupe che sostiene la spianata sulla quale risiedeva il convento  viene tuttora chiamato Rupe delle Monache. Questa leggenda può avere un fondamento di verità, poiché in quella zona  così appartata  e sferzata dalla tormenta a 1500 metri di altezza l'esistenza di un ospizio a tutela  del viandante sembrerebbe un fatto più che necessario ma che esso fosse retto da monache è totalmente da escludersi perché oltre ad essere ciò vietato dalle leggi ecclesiastiche, tali prerogative furono sempre esclusivamente riservate a monaci, soprattutto a quelli dell'ordine di S. Benedetto.

Aneddoti
Prima di giungere nel paese di Torrio si passa un torrente, poco lontano dal quale c'è una grotta in cui si dice abbiano dimorato le fate, che di notte uscivano per fare asciugare le lenzuola sull'erba. Molti affermano di aver visto realmente qualcosa biancheggiare vicino alle acque.
che i diè da setimana i nen mancu a sè pru vin.
Jè u ga una cazza de frumento
che tutt'i ratti i ghe ballu drentu.

Il fidanzamento  - Le nozze -  la morte
I giovani andavano alle feste, ai mercati alle fiere; si facevano la ragazza e, specie in montagna, andavano a vegià nelle lunghe sere d'inverno nella casa di lei.
Quando i familiari e gli amici si accorgevano che i due fanno coppia fissa, li lasciano soli.
A volte questi amori finivano in nulla di fatto, a volte si concludevano con un fidanzamento e  matrimonio.
A Torrio, in occasione dei matrimoni, i coetanei e gli amici degli sposi li accompagnavano in chiesa; all'uscita si schieravano sul piazzale cantando canzoni augurali, che sarebbe interessante poter risentire ancora oggi.
Subito dopo la morte, avviene la vestizione con gli abiti più belli da parte dei parenti o dei compaesani. Si ponevano tra le mani del defunto un rosario. In alcune zone era tradizione mettere invece la foto di una persona cara, scomparsa precedentemente, perché si trovi con essa nell'al dì là.

Dedicato ai più piccoli
Quando ancora Babbo Natale tralasciava, nel suo fantastico viaggio, queste impervie montagne, le nonne e le mamme preparavano, riservandolo ai più piccoli, un piccolo pane, spesso spruzzato di zucchero dolcissimo, che i bimbi nel giorno di Natale, si scambiavano reciprocamente. La crescenza, così veniva chiamato, era il dono più bello che si potesse ricevere.

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